Il dialetto

A B C D E F G H I K L M N O P Q R S T U V Z
 
Il dialetto è, alla pari della lingua nazionale, un sistema linguistico complesso e variamente articolato e che riflette tradizioni e culture altrettanto nobili. È a tutti gli effetti quindi una "lingua", derivata anch'essa dal latino volgare, ma che ha subito un'evoluzione in un'area geografica generalmente più limitata e circoscritta rispetto alla lingua nazionale, la quale invece appare diffusa in uno spazio più vasto. Nel corso dell'evoluzione linguistica di una nazione, si può assistere al fenomeno di un dialetto che per motivi soprattutto politici o culturali si eleva al di sopra degli altri sino a divenire lingua nazionale, adottata quindi da una comunità nazionale come contrassegno del proprio carattere etnico e come strumento dell'amministrazione, della scuola, degli usi ufficiali e scritti. In Italia, il fiorentino del Trecento è divenuto lingua nazionale grazie soprattutto all'influenza letteraria esercitata da Dante, Petrarca e Boccaccio. Pertanto, tutti i dialetti italiani sono "lingue" sviluppatesi in maniera autonoma rispetto al fiorentino che ha costituito invece la base per l'italiano standard. Donde derivano però i nostri dialetti e quindi l'italiano? Essi sono il risultato di un'evoluzione linguistica conclusasi nell'VIII sec. d.C., quando si affermarono appunto le cosiddette lingue romanze o neolatine, perché derivate dal latino soprattutto volgare, cioè il latino parlato in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni circostanza e da ogni gruppo sociale della latinità e che, proprio in quanto tale, soggetto a processi di trasformazione. Esso nel corso del tempo si divise quindi in una serie numerosa di parlate più o meno diverse tra loro, le quali furono in seguito influenzate anche dalle lingue appartenenti ad altri popoli che, soprattutto nel corso del Medioevo, invasero la nostra penisola. Tale situazione di notevole frazionamento linguistico si è conservata anche nell'Italia di oggi. Sulla base delle peculiarità del nostro dialetto, e in generale dei dialetti centro-meridionali, e quelle del fiorentino ( che è sostanzialmente l'italiano), guardando alla lingua latina come punto di partenza, possiamo provare a tracciare, senza dimenticare che non siamo linguisti, alcune principali differenze che corrono tra il nostro dialetto e l'italiano standard:
  • Generalmente nel nostro dialetto si ha l'apocope, ossia la caduta, delle vocali in fin di parola.
  • E' inoltre tipica la chiusura soprattutto della E tonica, ossia accentata, in I per influsso della U in sillaba finale nella base latina. Es. da ACETUM (latino) si è avuto in italiano ACETO, mentre in dialetto " a'ci't' ".
  • Mentre in italiano la E e la O toniche dittongano rispettivamente in IE e in UO, nel nostro dialetto non dittongano. Es. da PEDEM (latino) si è avuto in italiano PIEDE, mentre in dialetto " pe'd' "
  • Il gruppo fonetico latino ND si è trasformato nel nostro dialetto, e in generale nei dialetti centro-meridionali, in NN, mentre in italiano si è mantenuto. Es. da QUANDO si ha "qua'nn' ", da MONDO si ha " mu'nn' ".
  • Il gruppo fonetico latino RJ, in italiano perde la R, mentre generalmente nei dialetti centro-meridionali perde lo J, Es. da *MORIO (forma non attestata) si è avuto in italiano MUOIO, mentre in dialetto " mo'r' ".
  • Il gruppo fonetico latino PL (all'inizio di parola) diventa nel nostro dialetto, e soprattutto in quello napoletano, KJ. Es. da PLUS ( latino) si è avuto in italiano PIU', mentre in dialetto "chiù ".
  • Il gruppo fonetico latino CJ in italiano ha avuto come esito un'affricata palatale sorda di grado intenso, ossia il suono "cci"; mentre in dialetto un'affricata dentale sorda di grado intenso, ossia il suono " zz ". Es. da FACIO (latino) si è avuto in italiano FACCIO, mentre in dialetto " fazz' ".
  • Nella pronuncia è inoltre tipico ad esempio il raddoppiamento fonosintattico, ossia il pronunciare in maniera unita parole grammaticalmente separate. Es. "A CASA" nella nostra pronuncia diventa "AK'KASA", ossia si ha una pronuncia intensa.
  • È possibile constatare anche quanto sia difficile discernere nella nostra pronuncia il suono di un'occlusiva dentale sonora "d ", da un'occlusiva dentale sorda "t "; e quanto sia evidente la tendenza a raddoppiare ad esempio la M intervocalica, es. dal latino CAMISIAM si è avuto in italiano CAMICIA, mentre in dialetto " cammi'sc' ".
  • Inoltre si è inclini anche a pronunciare una sibilante sorda come una sibilante sonora. Es. da PENSO si ha "penz' "

Torna su

Created by Nanni © 2003 All Rights Reserved e-mail