Storia

“E’ innato nell’uomo il desiderio di conoscere l’origine del proprio paese. A noi di Albano, però, non è stato dato di sapere con certezza, fino a tutt’oggi, dove, quando e da chi furono costruite le prime abitazioni.”
Prof. Mario Scelzi
Le informazioni di questa pagina sono state tratte dal libro: “Albano di Lucania storia e cultura popolare” a cura del Prof. Mario Scelzi.

Le origini di Albano sono purtroppo nascoste dietro il suo passato, al quale non eravamo partecipi e del quale non si hanno delle fonti scritte che siano in grado di illuminare quanto di oscuro c’è in merito. Molti hanno cercato di far luce sull’origine del nostro paese, tra i quali, il prof. Mario Scelzi, che ha dedicato molto tempo della sua vita nel cercare di far comprendere ai figli di Albano quello che è celato dietro il suo passato. I suoi pazienti e notevoli studi hanno donato al nostro popolo due libri che ognuno di noi custodisce gelosamente e con orgoglio poiché racchiudono la storia della nostra splendida comunità. Entrando nel vivo dell’argomento, notiamo che non siamo in grado di spiegare quando e chi abbia fondato il nostro paese. Molti sostengono, forse eccitati da leggende, che il nome “Albano” derivi da un condottiero di origine albanese, greca o romana oppure da una contessa di nome Alba. Studi accurati lasciano supporre che invece derivi dall’antica famiglia romana “Albius” (Albius-Albianum-Albanum-Albano) che in un lontano passato potrebbe aver posseduto l’antico paese. Altra ipotesi certamente non trascurabile è quella che derivi dalla radice indoeuropea “Alb-” che significa monte, dalla quale prendono il nome le Alpi e i Colli Albani. Quello che è certo, è che la presenza dell’uomo nel nostro territorio risale ad un’epoca remota. A testimonianza di tale tesi, sono i segni dell’intervento umano sulla roccia. Infatti, nel punto del territorio di Albano che si trova tra la “Rocca della Molaria” e il fiume Basento, vi è situata la “Rocca del Cappello”. Quest’ultima è composta da un’enorme monolito alto circa dieci metri sulla cui cima vi è poggiato un grosso masso dalla forma di cappello dal quale la “Rocca” prende il nome. Nella parete Sud Est del predetto monolito vi è scolpito un volto umano, mentre in quella S.E. del cappello vi è scolpito un cerchio. Altri due cerchi scolpiti nella roccia sono stati scoperti in passato e in modo casuale dal prof. Francesco Ranaldi. Questi, durante alcune ricerche, trovò dei manufatti in selce lungo le rive del fiume Basento e per assicurarsi se fossero del posto o trasportati da altri luoghi dal corso d’acqua, spostò le sue ricerche verso il crinale roccioso e quindi sul monolito in questione. Qui notò dunque due cerchi concentrici. Questi fanno pensare all’intenzione di celebrare un simbolismo legato ad un astro, sole o luna, ricorrente nella gestazione mistico-religiosa della preistoria, ma soprattutto protostoria. E’ doveroso far notare che questi simboli, e la stessa “Rocca del Cappello”, si trovano in una zona arida inadatta all’abitazione, e pertanto è facile supporre che questi luoghi venivano usati esclusivamente per lo svolgimento di riti. Altro elemento che potrebbe dimostrare un’antica occupazione del nostro territorio è la “Segg du Diav’l”, la “Sedia del Diavolo”. Si trova a metà strada tra la curva stradale aggirante il Monticello e il fiume Basento ed è costituita da una panchina scavata in un grande monolito che visto frontalmente pare il busto di un essere demoniaco completo di capo e copricapo. La panchina è stata ricavata sulla parete Sud Ovest del monolito all’altezza del cuore, a circa due metri dal sottosuolo. Si può accedere a quest’ultima solo per mezzo di una lastra di pietra poggiata alla parete di base. Varie ipotesi sono state scartate intorno alla creazione della “Seggia”. Questa panca non può essere stata costruita come punto di vedetta per controllare il passaggio di nemici nel nostro territorio poiché esistono nei dintorni punti più comodi e con visibilità più ampia. Certo è che nessun pastore avrebbe costruito una panca per riposarsi a due metri dal suolo poiché vi sono nei dintorni panche naturali più facilmente accessibili. Inoltre neanche i fenomeni atmosferici possono aver contribuito alla sua creazione poiché tendono ad arrotondare la roccia mentre la panchina è ben squadrata. Non possiamo che supporre che la “seggia del diavolo” sia stata ricavata nella roccia per gli stessi obiettivi della “Rocca del Cappello”. A sostegno di tale tesi vi è inoltre un altro cerchio scolpito sulla parete S. O. del copricapo del demone. Altro importante elemento che può aiutarci a capire l’antica occupazione del nostro territorio è dato dalla presenza massiccia in esso dei “Palmenti”. Sono vasche ricavate in grossi blocchi di pietra fuoriuscenti dal terreno. Vecchie testimonianze hanno riferito che siano state usate per pigiarvi l’uva e le olive. Non si esclude che alcune di esse abbiano avuto in un recente passato questa funzione, ma la loro creazione deve certamente risalire ad un’epoca ben più lontana e per altri scopi. Infatti, la maggior parte di essi, si trovano nel bosco e in zone sicuramente poco adatte alla coltivazione di uva e olive. Inoltre, la continua attività erosiva degli agenti atmosferici ha consumato in gran parte le loro pareti e per raggiungere tale risultato occorrono millenni e qualche millennio fa, ancora non era conosciuta la coltura sia dell’uva che dell’oliva. Infine, anche su molti palmenti presenti sul territorio di Albano sono scolpiti dei cerchi concentrici che li accomunano in modo tangibile a quelli scolpiti sulla “Rocca del Cappello” e sulla “Seggia del Diavolo”. Si suppone pertanto che questi siano tutti luoghi in cui si consumavano riti sacri. Che il popolo lucano praticasse riti sacri, è confermato anche da famosi storici quali Strabone e Dionigi. Questi riti si praticavano soprattutto in primavera (Ver Sacrum, Primavera Sacra), periodo in cui occorreva la benevolenza degli Dei per avere i migliori raccolti dall’agricoltura. Altro elemento interessante è costituito dal ritrovamento, in località Seroto, presso gli scavi archeologici di alcune punte di lancia levigate in selce. Altro elemento, quest’ultimo, che confermerebbe la presenza dell’uomo sul nostro territorio in un’età antica. Infatti, queste punte di lancia risalgono all’età neolitica, stesso periodo in cui l’uomo cominciò ad assimilare l’arte della tessitura, ad allevare animali, a cominciare a costruire abitazioni in muratura e a vivere in villaggi comunitari. Tra i vari ritrovamenti nel territorio di Albano, vi è anche una stele funebre, ritrovata in contrada Macchia. Su di essa vi è scritto “CALPURNI (IUS) VIX (IT) “, “Calpurnio Visse”. Quest’ultimo è probabile che sia un discendente della gens plebea romana Calpurnia che visse intorno al 190 a. C. Comunque, le prime notizie scritte riguardo al nostro territorio fanno riferimento alla contrada Rifoggio, a circa 6-7 chilometri a nord-est dal centro abitato. Qui sorgeva un monastero della Thèotokos del Rifugio, fondato dai monaci Basiliani che, perseguitati dagli imperatori d’Oriente, sbarcavano fin dal sec. VIII sulle coste, per rifarsi una vita di lavoro, studio e preghiere. Testimoniano l’esistenza di questo monastero, due manoscritti custoditi nella Biblioteca Vaticana a Roma. Questi sono i primi documenti ufficiali che riguardano la nostra comunità. Inoltre ci forniscono informazioni pertinenti all’organizzazione politica, civile e religiosa dei Basiliani presenti in Lucania e al mal governo dei Saraceni che ovunque seminavano morte e terrore. I Basiliani ben presto fecero del monastero una potenza religiosa ed economica fino a costituire una comunità. Nel libro del Reverendo Clero di Albano si legge che, nel 1757, in contrada Rifugio, sorgevano tre edifici sacri, S. Maria del Rifugio (Thèotokos), cappella vecchia di S. Nicola e la Grotta dell’Annunziata. Di questi edifici restano solo i ruderi della Grotta dell’Annunziata. Del monastero della Thèotokos non vi è più traccia, distrutto dall’invasione dei Saraceni. In suo onore nel centro abitato di Albano fu costruita una cappella adibita da anni ad abitazione civile, dove sull’architrave del suo portale si legge ancora “ERIT GLORIA DOMUS ISTIUS MAIOR QUAM A PRICIPIIS”, “la gloria di questa casa sarà più grande di quella che aveva prima”. E’ ormai noto che Albano, negli anni è stato acquistato e rivenduto varie volte, passando dalla proprietà di Filippa Contessa d’Alba a quella di G. Pipino nel 1301. Nel XV e XVI secolo, fu feudo di Casa San Severino. Nel 1606 fu acquistato dal Dott. Ovidio D’ Esars Alvario, dal patrimonio del Principe Bisignano, per poi essere rivenduto nel 1610. Nel 1925 fu di proprietà della Famiglia Parisi. Intorno al 1687-88, divenne Ducato sotto il patrocinio del Duca Domenico Ruggiero. A lui seguirono il figlio Geronimo, morto a trentatré anni e seguito a sua volta dal fratello Antonio Gaetano Ruggiero. A questi successe il suo secondo genito, Vincenzo, dopo la rinuncia del primo figlio Domenico, Marchese dei Monti. L’ultimo Duca dovrebbe essere stato Antonio Ruggiero, nipote di Antonio Gaetano, diverso dai suoi predecessori, che gravò il popolo di tasse e leggi ingiuste suscitando il malcontento sino alla storica insurrezione da parte del popolo, intorno al 1800.


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